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Intervista a Sławek Wierzcholski
by Michele Cuscito

Sfumano appena le note di “Chory na bluesa” (“Malato di blues”, nda), dalle gole dei fan esplodono grida di gioia, una marea di sorrisi ne vuole ancora e ancora, insaziabile di “polski blues”. E Sławek Wierzcholski non si risparmia, neanche per un istante. Torna sul palco altre due volte, imbocca la sua armonica, accompagnato dal magico violino (sì, avete letto bene!) di Jan Błędowski e dalla Nocna Smiana Bluesa e riparte con i train groove, gli shuffle e i boogie, che inondano il pubblico come un acquazzone in un caldo pomeriggio estivo. Sławek è sudato ma sorride. E’ un sorriso sincero, soddisfatto, felice e consapevole di aver regalato a tanti giovani e non due ore e mezza di pura gioia. Esatto, di gioia. Alla faccia di quelli che dicono che il blues è solo tristezza, malinconia, disillusione. Lo aspetto dietro le quinte del “Klub Studio” di Cracovia, dove ha tenuto uno spettacolo indimenticabile, Dopo l’ennesimo bis lo vedo arrivare: “Posso farLe un’intervista per i nostri colleghi armonicisti italiani?”, chiedo. “Non se continui a darmi del lei!”, mi fa. Ci sediamo nel camerino, stappiamo una birra…    

Quando hai cominciato a suonare, quando è scoccata la scintilla del Blues?
Direi relativamente tardi, avevo 17 anni, ero al liceo. Cominciai ad appassionarmi ai suoni caldi del blues quando già ero grandicello.

A 17 anni non mi sembra poi così tardi…
Beh, dicevo relativamente, perché iniziai allora con la chitarra e solo dopo comprai la mia prima armonica. Era un’armonica “made in Poland”. C’era una fabbrica di armoniche nei dintorni di Częstochowa. In realtà ci fabbricavano mitra e pistole, gli strumenti musicali erano solo una copertura, per cui ti lascio immaginare la qualità di queste armoniche. Prima di avere un’armonica decente “occidentale” è passato del tempo.

Chi è stato il tuo ispiratore?
Sonny Terry. Fu amore al primo ascolto. Il suo stile inconfondibile, la sua capacità di trasmettere gioia e al tempo stesso malinconia, mi hanno folgorato. Senza dubbio è stato il mio armonicista di riferimento per molto tempo.

Da quando ho cominciato a frequentare l’ambiente musicale qui in Polonia, ho scoperto con mia grande sorpresa che in questo Paese c’è una grande tradizione blues. Esiste un vero e proprio genere: il “polski blues”. Gruppi come i Dżem non sono che l’emblema di questo popolarissimo filone musicale. Tu che sei uno dei rappresentanti più illustri del blues polacco, parlaci un po’ di questo movimento.
Il polski blues racchiude la sua essenza soprattutto nei testi. Si tratta in realtà di composizioni poetiche cantate su una struttura a dodici battute. Il vero padre del blues polacco è stato Tadeusz Nalepa, un autentico poeta. A volte, per ragioni di metrica, la struttura viene leggermente modificata rispetto al canone dettato da W. C. Handy.

Quindi possiamo dire che il polski blues è una via di mezzo fra il blues propriamente detto e la canzone d’autore…
In un certo senso è così. Vedi, quando il blues è arrivato qui da noi, ci ha subito colpito per la sua musica. Semplice ma non banale, diretta, sanguigna. I testi, ovviamente, riflettevano la situazione dei neri d’America; erano canzoni che parlavano di donne senza cuore, solitudine. Si sa che in realtà questi testi erano dei velati attacchi ai padroni delle piantagioni, alla condizione di subordinazione sociale in cui quegli uomini delle campagne americane si trovavano. Noi avevamo invece altri tipi di problemi. Per questo mi sono sempre sforzato di rendere i miei testi al tempo stesso semplici ma con un messaggio più concreto e assimilabile per il mio pubblico. Perché mai dovrei cantare. “ sono in gattabuia, perché ho sparato alla mia donna che m’ha tradito” se, grazie a Dio, in cella non ci sono mai stato? Se lo facessi mentirei, tutto qua. Trovo sciocco scimmiottare un testo che è nato in una determinata cultura e in un ambiente completamente diverso dal mio. 

Ma come si spiega questa grande popolarità, questo enorme consenso di pubblico verso un genere che più o meno in tutta Europa è considerato di nicchia?
Il blues è diventato molto popolare tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, qui da noi. Sono stati quelli gli anni del boom. Era un’epoca di grandi cambiamenti in Polonia e il blues ha saputo raccontare, farsi portavoce di questi cambiamenti.

Cioè, un po’quello che è stato il folk di Odetta, Seeger, Dylan e il rock’n’roll negli anni ’60 in occidente?
Non proprio, ma diciamo di sì. Il polski blues era diventato una forma di reazione alla russificazione della cultura polacca da parte dei sovietici. Il fatto che si basasse su sonorità occidentali e non sulle strutture melodiche tradizionali della cultura slava orientale, introdotte a forza dopo la guerra, lo rendeva estremamente affascinante agli occhi del pubblico. Dava un’illusione, seppur momentanea, di libertà. Diventava il manifesto dell’opposizione al regime, era il simbolo della nostra voglia di cambiare. In più, come dicevo, a questa musica accattivante si accompagnavano dei testi che erano profondi, nonché immediati e comprensibili a tutti.

Il polski blues mi sembra ancora oggi, all’indomani delle drammatiche trasformazioni sociali, in ottima forma.
Certo, ci sono tanti nuovi gruppi molto validi che continuano la tradizione del polski blues in maniera pregevole. Inoltre esistono in Polonia più di venti festival dedicati solo al blues. E sono festival frequentatissimi. E’ un ambiente splendido. Ci si conosce tutti ormai, sono degli appuntamenti fissi irrinunciabili. Hai davvero l’impressione di far parte di una grande famiglia. Se suoni con una buona band, hai molte possibilità di partecipare a queste manifestazioni. Oggi la situazione sta un po’ cambiando, però. Ai festival vengono invitati sempre più spesso artisti americani. Molti ragazzi polacchi non sentono più la necessità di raccontare storie nella loro lingua. Preferiscono concentrarsi sulla musica, sulla capacità tecnica, sull’esecuzione ad effetto, per questo suonano principalmente cover o scrivono in inglese. Cercano un pubblico che non sia solo nazionale.

E’ vero, però, che è difficile far rientrare un verso in polacco nella metrica del blues. La lingua polacca ha molte consonanti e molti plurisillabi…
Sì, certo. Ma questo per me rende più interessante la sfida. Ho vissuto negli States, a Chicago. Ho un buon inglese ma, nonostante ciò, voglio scrivere nella mia lingua. Voglio dare un significato pieno ad ogni parola che canto. Non puoi mai far tuo al cento per cento un testo se non è scritto nella tua lingua madre.  

Noto con piacere un crescente interesse da parte dei giovani polacchi verso l’armonica. Grazie anche a te, perché hai scritto dei manuali per armonica di grande successo. In più, ad ogni concerto, racconti la storia di questo splendido strumento, ne illustri le caratteristiche, i vari tipi e modelli. Riesci ad appassionare persone di ogni età. Tutto ciò è fantastico. 
Beh, ti ringrazio. Oggi ci sono tanti giovani che sono degli ottimi armonicisti. Penso al bravissimo Bart Łęczyński, ad esempio. Non ti nascondo che mi fa particolarmente piacere quando alcuni di questi giovani campioni, come Łukasz Wiśniewski, spesso mi ringraziano e mi ricordano di aver imparato dai miei metodi.

Oggi il mondo dell’armonica blues è in continuo sviluppo. Nascono nuovi modelli, nuove tecniche. Si parla oggi di “Modern Blues Harmonica”. Ci sono artsti come Adam Gussow, Jason Ricci, Carlos del Junco, Howard Levy, che stanno portando le tecniche dell’armonica diatonica a livelli mai visti prima…
L’armonica è un’arte. E come ogni arte si sviluppa. Ed è sacrosanto che si sviluppi. Hai nominato dei maestri armonicisti che io stimo profondamente. Hanno studiato, approfondito e diffuso le tecniche dell’overbending e hanno portato l’armonica al di fuori del blues in senso stretto. Personalmente dedico più attenzione alla cura del suono che alla ricerca di nuove tecniche o al virtuosismo. I miei idoli restano Sonny Terry, James Cotton, Sonny Boy Williamson II, Charlie Musselwhite. Ma ciò non toglie che il contributo di queste nuove generazioni di artisti sia davvero notevole.

Cosa consiglieresti ad un giovane armonicista?
Di curare il suono. Assolutamente. La respirazione, l’imboccatura e quindi il timbro. L’armonica ha una suono splendido. Solo che bisogna imparare a tirarlo fuori. Organizzo ogni anno il festival “Harmonica Bridge” a Toruń, dove si tiene il campionato nazionale di armonica a bocca. Ebbene, non ti dico quanti ragazzi partecipano convinti che per essere dei bravi armonicisti sia necessario sparare scale cromatiche a duecento all’ora e basta. Si allenano come dei matti, cercando di rifare i riff di John Popper o di Jason Ricci, e poi hanno un suono orribile. Debole, senza espressione, spesso vanno fuori tempo. E’ necessario sviluppare un buon vibrato, saper tenere le note lunghe, intonare un bending come si deve, dare dinamicità al suono. Sono queste le cose più importanti da  imparare. E non si imparano in un mese o in un anno. Quindi ci vuole pazienza e dedizione.

Domandona: cos’è il blues per Sławek Wierzcholski?
Beh, è soprattutto emozione. E’ una musica che sembra semplice ed in effetti, in un certo senso, lo è. Però è una musica sincera, diretta. E’ calore, rabbia, gioia e dolore. Tutta la musica è splendida, certo. Ma mai ho suonato o ascoltato musica che mi abbia dato i brividi come il blues.

Pensi di farci visita in Italia un giorno?
Beh, mi piacerebbe tanto. Ho collaborato tempo fa con un grande armonicista, vostro connazionale, Franco Limido. Era a Milano. Ci tornerei volentieri, solo che mi spaventa un po’ la barriera linguistica, tutti i miei testi sono in polacco. Ma sul serio vi piacerebbe il polski blues?

Io dico che puoi scommetterci.

Michele Cuscito
18-04-2010
mcuscito@libero.it


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